
Planai, prima foglia d’autunno,
insieme ai suoi variopinti albori
fatta d’ingenui battiti, immaginari
coriandoli d’amore dentro l’animo.
Rinata gemma, fede fu la mia linfa,
ingenua non comprendevo il male
poiché nessuno mi preparò alla vita.
Fluivano spontanei fiumi di parole,
collane d’emozioni e mi scoprii poeta,
e intesi a impedire che vagassero sole,
incatenate ma libere da falsità forzate.
Verbi puri come acqua di sorgente
sgorgavano, librandosi privi di meta
senza che ne avessi merito, in un niente.
Sarà pure un dono, una virtù innata,
ma la poesia è la mia seconda pelle,
davvero nessuno me l’ha insegnata.
Narra solo di me, a ipocrisie ribelle,
capace di scuotere gli avversi marosi,
irrequieti donare all’animo tormento,
poesie, affini a note di una canzone,
narrano nitide ciò che nel cuore sento,
leggerle, talvolta, ispirano versi illusi.
Tutto ciò può sembrare presunzione,
elogio di un dono pressoché divino,
il cui merito per nulla m’appartiene.
Alla fine, però, ho compreso chi sono.
